PicMonkey CollageNon è che il concetto di mondi paralleli sia fantascienza. Anzi è talmente scontato che uno non ci pensa mai. A meno che non sia solleticato a farlo, come è successo a noi, da uno spettacolo molto particolare, alla cui prima siamo stati invitati l’otto marzo al Teatro Belli (una volta tanto, niente a che fare con il giorno delle donne). Si replica fino al venti.

“Il DoppiAttore”, questo è il titolo, che svela subito il tema. Ma senza assolutamente diminuire la magia dell’argomento, specialmente per noi italiani, che siamo riconosciuti maestri nel genere. Lo spettacolo è scherzosamente, ma non tanto, presentato dal suo autore e protagonista Angelo Maggi come una lectio magistralis su un argomento, il doppiaggio, che tutti noi conosciamo un po’ per sentito dire, ma nessuno, tranne gli addetti, sa veramente di che si tratti.

Miracolo puro: ecco che cos’è. I doppiatori sono persone, lo sappiamo; ma di loro, impalpabili entità, a noi arriva solo la voce regalata, anzi prestata a un’altra faccia: quella dell’attore del film. Ma che guizzante abilità in quella voce! Che riesce a saltabeccare dal commissario Winchester, buffo personaggio napoletaneggiante dei Simpson, al possente Iron Man, la cui ingombrante metallica muscolatura non corrisponde affatto alla taglia esile di chi ce lo racconta in italiano, appunto Maggi. E poi Tom Hanks. Hugh Grant, Bruce Willis, che sono sempre lui, il doppiatore mago.

Ospite in ogni puntata, un altro famoso. Domenica c’era Monica Ward, la voce, tanto per rimanere in famiglia, di Lisa Simpson, la quale, con Maggi, ha bisticciato, canticchiato, e detto parole inventate che non c’entravano per niente con il personaggio, ma dette dalla sua voce (del personaggio stesso) funzionavano; al contrario ma funzionavano. Ciliegina: divertenti testimonianze di altri colleghi egregiamente filmate da Francesco D’Ascenzo, e rivelazione di alcuni trucchi del mestiere.

Insomma, se ne esce divertiti e, come si dice, un po’ imparati. Vale la pena andarci.

Al jazz le briciole

Una villa con parco sontuoso appena fuori le mura di Roma, sottratta alle sgrinfie di un esponente della mala locale, è diventata pochi anni fa la Casa del Jazz: sempre più bella e sempre meno utilizzata, purtroppo.

Domenica c’era una riunione del MIdJ, ottima associazione presieduta da Ada  Montellanico, che riunisce i musicisti italiani di jazz. Parecchi buoni nomi presenti, ma come sempre quando si tratta di mettere insieme gli artisti, l’idea che la forza della categoria è nel numero fatica a passare.

Forse stavolta, vista la difficoltà sempre in crescita di fare il musicista (e in particolare il jazzista) e guadagnare la pagnotta; vista la marcata indifferenza (per non chiamarla ostilità) degli organizzatori di festival e di concerti nei confronti della suddetta pagnotta; vista l’esiguità del sostegno delle istituzioni (anche il recente bando Franceschini, iniziativa comunque apprezzabile, è più o meno una merendina invece della necessaria robusta pagnotta) forse gli artisti riusciranno per una volta a reagire come una categoria e non come tanti brillanti isolati individui.

Per ora rimane il fatto che anche qui ci sono due mondi paralleli: gli enti lirici, i Sanremi, i grandi concerti rock seduti a una mensa succulenta, e il jazz accovacciato sotto la tavola a raccogliere le briciole.

Forza, bisogna reagire!

Un Pierino speciale

Alla Sala Accademica di Santa Cecilia, il 13, ci hanno regalato una versione di Pierino e il lupo davvero particolare. Quarto concerto del Festival “Un organo per Roma”. Sandro Cappelletto accompagnato da organo e percussioni (niente orchestra, un arrangiamento divertente) racconta la fiaba nella propria versione socio-politica (rigorosamente documentata, ci ha garantito).

Era un momentaccio: il terrore sovietico aveva rivolto la sua sgradita attenzione agli artisti. Sciostakovic era stato ferocemente criticato più volte sulla Pravda e Prokofiev, che era all’estero a fare concerti era dovuto rientrare in URSS per via della famiglia che aveva lì. Bisognava stare molto attenti alle rappresaglie.

Gli fu commissionata un’operina per bambini e così nacque la famigliola degli animali del cortile: Sonia l’oca, Ivan il gatto, Sascia l’uccellino, che è anche lo stesso Prokofiev, colui che riesce, pur rimanendo libero, a far prigioniero il lupo. Il quale è l’unico a non avere il nome, e nel quale il compositore contava che potesse, con molta prudenza, essere identificato Stalin. Tanto è vero che alla fine il lupo non viene ucciso, come sarebbe naturale in una fiaba per bambini degli anni ‘30, ma portato allo zoo perché la sua umiliante sconfitta sia sotto gli occhi di tutti.

L’interpretazione è suggestiva, la musica è, come sappiamo tutti, deliziosa, il risultato ottimo.

I mondi paralleli che si affrontano a S. Cecilia sono il paradiso per le orecchie e l’inferno per gli occhi. Che soffrono dall’inizio alla fine a causa dei 14 (quattordici, mica uno) violenti riflettori che immaginiamo siano stati pensati per illuminare i leggii e i musicisti, invece penetrano villanamente nelle pupille dei poveretti seduti nelle prime file e ardono implacabili dall’inizio alla fine di ogni concerto.

A parte l’esagerazione del numero siamo sicuri che con un minimo di attenzione potrebbero essere puntati meglio. E funzionare.

D’altra parte, i programmi sono belli e l’ingresso è gratuito. Ci possiamo stare.

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

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