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Paolo Fresu, Giovedì 7 alla Casa del Jazz per la prima serata del Festival “I Concerti nel parco”, che da oggi ha cambiato indirizzo.

Per tanti anni la sua sede è stata un magnifico palcoscenico a Villa Pamphilij. Poi, seguendo un misterioso copione sul quale un misterioso demiurgo coordina le misteriose azioni del Comune, del Ministero, degli Enti Pubblici, la sede storica è stata cancellata per una non meglio specificata indisponibilità, senza naturalmente indicare una sede alternativa.

Affar vostro, avranno pensati negli uffici, e così è stato affare dell’organizzazione dei Concerti che si è dovuta cercare e trovare la Casa del Jazz; un posto comunque bellissimo.

Ma non finisce qui: la sovvenzione pubblica è stata prima ridotta, poi annullata, poi riconfermata (forse). Insomma, poco prima del debutto ancora non si sapeva se ci sarebbe stata o no.

Tutto così, alla cialtrona, nella sbrindellata estate romana 2016. Poco rispetto per gli artisti e gli organizzatori. Stile, classe, eleganza? Mah! Neanche fossimo alla fiera della salsiccia. Anzi, di solito le fiere della salsiccia sono più curate: perché lì c’è almeno un salumiere che ci tiene.

Fresu, che vediamo in una delle sue tipiche contorsioni ginnico-musicali (stavolta aveva piazzato la musica sulle tavole del palco), ha suonato in trio con Petrella e Bojan Z, come il solito benissimo, e come il solito con molta ironia.

Emersa soprattutto nel bis: con titolo annunciato, poi ritirato perché dalla villa vicina arrivava violenta l’amplificazione che trasmetteva i Beatles (compleanno di un ricco sessantenne nostalgico, si è saputo dopo). I tre, invece di fare gli offesi, hanno acchiappato al volo uno dei temi strafamosi del quartetto, lo hanno strizzato e strapazzato come un canovaccio e ci hanno fatto intorno un quarto d’ora di strepitosa improvvisazione.

Fendi al Colosseo Quadrato (che sarebbe il Palazzo della Civiltà Italiana) 

“The artisans of dreams” dal 9 luglio  al 29 ottobre.

Avercene, mecenati come Fendi! Già una volta li abbiamo ringraziati di cuore (era l’anno scorso) perché “…finalmente (sono passati appena settant’anni) il Colosseo Quadrato, grazie a Fendi che l’ha in affitto, è a disposizione dei romani, gratis, per una piccola ma ben fatta mostra di disegni, bozzetti, grafici dell’epoca; elementi che riportano al borioso sogno dell’Esposizione Universale di Roma (E 42, poi EUR), finito male, sappiamo come e perché, ma che dal punto di vista dell’architettura, era stato messo in buonissime mani”.

All’epoca, qualche mese fa, organizzazione perfetta, personale elegante e cortese, marmi e vetri lustri.

Meno male che in città ci sono anche i privati.

E oggi dobbiamo replicare i complimenti per una bella mostra che si è inaugurata sabato. In realtà si tratta di un parco giochi di grande raffinatezza. Si passa fra le code di spugna, lo spazzolone lavamacchine, la galleria delle pellicce trattate, il laboratorio di taglio e cucito e infine ci si smarrisce in questa schizofrenia: la stanza degli specchi.

Certo, il fine è promuovere l’immagine Fendi, ma il risultato è la possibilità (gratuita, non dimentichiamolo) di passeggiare in uno spazio che prima era inaccessibile, sporco, a pezzi; ora in gestione privata è finalmente di tutti. Come dicevamo prima: avercene, mecenati come Fendi!

Bene bene, adesso che ci siamo rallegrati con una botta di Roma civile, usciamo all’aperto, scendiamo la maestosa scalinata, dopo un centinaio di metri, svoltiamo in Piazza delle Nazioni Unite (nientemeno!) e qui un’insopportabile puzza ci riporta nella Roma pubblica.

Il palazzo dell’INA, l’emiciclo destro della magnifica rotonda progettato dagli architetti Muzio e Paniconi a fine anni ’30 come quinta architettonica dell’ingresso a Roma è diventato una latrina. Sotto i colonnati di bianco marmo apuano si ammassa, dorme, mangia e, come ci dice il naso, urina e defeca un verminaio di poveracci che neanche a Calcutta.

Ora, al netto della retorica fascista che voleva fare del quartiere la vetrina della dittatura trionfante, non si capisce perché un monumento così significativo, esposto per primo agli occhi (e anche al naso) di chi entra in città debba essere abbandonato a questo orribile degrado.

Tranquilli, la domanda è retorica, perché la risposta è sempre la stessa: Roma è Roma, e hai voglia a cambiare sindaco, la civile normalità non è prevista nel regolamento urbano.

La Scuola di Piazza del Popolo 

Una grande mostra sugli anni 1960-70, quelli, appunto, della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo si apre il 12 luglio al MACRO di Roma.

Lo straordinario soffitto del salone principale che ricorda un cielo trapuntato da milioni di stelle non è un’opera di raffinato simbolismo scientifico-visionario (a meno che l’audacia dei curatori superi ogni nostra immaginazione).

Al contrario è un bell’esempio di romana trascuratezza, trattandosi di un lucernario di vetro che copre la volta e che all’apertura del museo era stato completamente tinto di nero. Poi il nostro bel sole mediterraneo ha cominciato a mangiarsi la vernice e, bolla dopo bolla, crosticina dopo crosticina, le costellazioni apparse in controluce si sono moltiplicate fino a formare la ricca galassia che si vede oggi. Arte involontaria?

A parte queste osservazioni minime, la mostra è, per chi ha un’età come noi, un album che attraverso le opere fa tornare vivi i loro autori, emblematici personaggi che hanno fatto parte della nostra gioventù romana: più vecchio qualcuno, coetanei i più, altri perfino più giovani. Quasi tutti morti per incidenti, per eccessi, per problemi clinici, fra i quali il più diffuso era, se non ricordiamo male, la cirrosi epatica.

Ormai sono entrati nel mito, ma visto che li conoscevamo bene ci scappa di aggiungere che parecchi di loro erano pure antipatici: alcuni perché sempre drogati, ubriachi e rissosi, altri per eccesso di boria, altri ancora per naturale disposizione. Probabilmente secoli fa sarebbe successo lo stesso con Caravaggio o Michelangelo, fatte le debite proporzioni, naturalmente. Non lo sapremo mai.

Simpatici o antipatici, quello che hanno fatto è comunque storia della nostra arte. Amen.

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

 

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