PicMonkey CollageLa Nuvola di Fuksas

Fino a qualche tempo fa, quando ancora la Chiesa Tedesca, proprietaria dell’immobile, non lo aveva chiuso per restaurarlo e farne un albergo di lusso, noi amici ci incontravamo tutte le mattine al Caffè della Pace: cappuccino, due chiacchiere e giornale.

Spesso a noi si univa un signore corpulento, pelato, sulla sessantina, sempre vestito di nero. Se si parlava di politica: “In proposito io dico questo, voi fate come vi pare.”; se di urbanistica: “Sì, anche nel mio progetto in Malesia, non ho sentito ragioni…”; se di costume: “Per me le cose stanno così, e basta!”. Non è difficile indovinare l’identità di questo signore, architetto famoso molto egoreferenziato, che dopo un po’ aveva ricevuto all’unanimità il soprannome “Fucsia” per l’assonanza con il suo vero cognome e per il suo esagerato, incalzante, forse inconsapevole narcisismo floreale.

Bene, dopo soli diciott’anni di progetti, marce indietro, tentennamenti, lavori iniziati e interrotti, spese sempre più gonfie, leggiamo sul giornale che finalmente il 19 luglio il suo sudato capolavoro, la Nuvola, si inaugura!

Lo abbiamo letto, d’accordo, ma il giornale non aveva specificato trattarsi di una presentazione alla stampa e non di un’apertura per il pubblico; quest’ultima fissata a ottobre. Tanto, mese più mese meno, dopo tutti questi anni…

Nulla sapendo, ci siamo fatti sotto, abbiamo tentato di accreditarci e siamo stati respinti con perdite.

Essendo il nostro proposito di non tenere rancore contro nessuno, non vorremmo esprimere troppo di fretta un giudizio definitivo; ne riparliamo fra un po’.

Intanto però dobbiamo ammettere che, vista da fuori (dato che non ci hanno fatto entrare), malgrado le vetrate ancora impolverate e l’illuminazione provvisoria, la grande meringa dell’architetto Fuksas sembra proprio bella.

Dopo tutti quei milioni, ci mancherebbe che fosse anche brutta.

La startup

Pochi giorni dopo, il 22, andiamo a salutare il tramonto sul molo di Fiumicino.

Il padellone rosso cala nel mare fra un frullare di aerei che decollano e atterrano. E’ una situazione romantica e siamo in  buona, anzi ottima compagnia. Degna chiusura di serata ci sembra una cena da Bastianelli al Molo, il più vecchio dei ristoranti di zona, e quello che, dalla sua apertura nel 1929, si è guadagnato una reputazione di ottima qualità.

Beh, appena entrati sono bastati pochi secondi per capire tutto: il ristorante Bastianelli al Molo, di antica nobiltà e solida fama, era diventato una startup!

(Con il termine startup si identifica una nuova impresa che ha quale oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi nelle forme di un’organizzazione temporanea o una società di capitali in cerca di un business model ripetibile e scalabile) Wikipedia docet.

Uno sciame di camerieri giovanissimi, gentilissimi e assolutamente inefficienti, quasi tutti al loro primo giorno di lavoro. Tavoli disposti senza alcun ordine pratico o progetto estetico, un maitre che ci sfiora ogni pochi secondi per suggerire questo o quest’altro, senza darci il tempo di decidere, ma insistendo a mantenere l’atmosfera con frequenti somministrazioni di prosecco.

Menù, anzi percorsi gastronomici a tema. Scegliamo il “percorso libeccio”: antipasto, primo, secondo e dolce. Tutto mare, naturalmente. Tavolino in veranda con vista su una siepe di alloro di un bel marrone carico, completamente bruciata dal salso o da insufficienti innaffiature.

Lunga attesa, e ancora prosecco. Arriva l’antipasto: una esagerata ventina di piatti e piattini con dentro confuso materiale ittico, non cattivo, ma poco riconoscibile.

Altra lunga attesa. Finalmente il primo: una porzione micro, però di qualità accettabile.

E il secondo? Aspetta e aspetta; alla fine il capocameriere sfarfallante ci comunica che il cuoco, senza dirlo a nessuno, aveva deciso di inserire il secondo (un fritto) nell’antipasto (ecco perché era così abbondante) e quindi lo abbiamo già mangiato.

Niente paura, procediamo: dolce e caffè, e arriva il conto. Come c’era da aspettarselo, sbagliato; ma dopo segnalazione, subito corretto con la migliore buona grazia possibile.

Intendiamoci: il tutto gestito con il garbo innocente che può avere una squadretta di ragazzi volenterosi; ma certo, da lì alla professionalità che uno si aspetta in un ristorante di quel nome, ce ne passa.

Mangiare abbiamo mangiato, non sappiamo dire se bene o no, tanta era la confusione; però bisogna riconoscere che ci siamo fatti un sacco di risate.

Purtroppo per la startup, è anche certo che non ci metteremo più piede.

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

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