picmonkey-collageDall’archivio, che probabilmente non avete mai letto, o non ve lo ricordate… 

ROMA I 

Suona Francese.

Presentazione del progetto “Suona francese”. Tutti invitati a Palazzo Farnese. Che è un bel posticino. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello.

Insomma una cosina di lusso. E’ dello stato italiano ma in affitto all’Ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l’anno), che ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d’Italia. Un bel fatto.

Discorsi dell’ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n’è uno che si salva, parlano tutti come l’ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l’italiano, perché anche noi quando andiamo fuori…però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po’ di sforzo e un livello leggermente più accurato ce lo saremmo aspettato.

Finita la “conferansa stompa”, abbiamo potuto gironzolare per sale e saloni e uscire sulla grande terrazza che si affaccia sul Tevere. Una meraviglia.

25 marzo 2013

Brividi sadomaso.

Una delle più vecchie chiese di Roma è S. Stefano Rotondo. Superfluo chiedersi che forma ha. La circonferenza è marcata da una quarantina di colonne legate da un muro. E su questo muro c’è il meglio del sadomaso (a scopo educativo intendiamoci, ma anche un po’ terroristico) che la Chiesa sia riuscita a farsi venire in mente: il Martirologio.

Si tratta di una serie di grandi affreschi attribuiti al Pomarancio che, sugli spazi fra una colonna e l’altra, raccontano con viva attenzione al macabro dettaglio le più fantasiose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano, secondo la tradizione, ai martiri cristiani.

Ogni quadro è accompagnato da didascalie dove, per il fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio, sono meglio spiegati i tormenti. Con, belli chiari, i nomi degli imperatori crudeli: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.

        Ecco alcune delle torture, da immaginare, ma poi da andare a vedere. I poveri martiri sono:

  1. Appesi per i polsi, stirati da un macigno legato ai piedi e trafitti dalle lance di molti soldati.
  2. Con la bocca piena di piombo fuso versato da un crogiolo.
  3. Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto (il pittore non deve aver mai visto un documentario sull’Africa).
  4. Decapitati, ma anche dopo che la testa è rotolata per terra e il sangue zampilla, loro rimangono in ginocchio con le mani giunte in devota preghiera.
  5. Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.
  6. Crocefissi a testa in giù sopra un focherello acceso.
  7. Bolliti nell’olio o nell’acqua (la didascalia spiega la differenza di cottura).
  8. Bruciati (vivi, naturalmente).
  9. Sepolti (vivi, naturalmente).
  10. Bambini sgozzati a mucchi.
  11. Mani, lingue, nasi tagliati.
  12. Schiacciati fra due enormi lastre di pietra. In primo piano nel quadro, quelli che aspettano la tortura sdraiati per terra sembrano tranquilli a fare un sonnellino sull’erba. A metà dell’affresco c’è la vittima di turno a sandwich fra i due pietroni. Sullo sfondo, la fila di quelli già pressati, piatti come sogliole.
  13. Tagliati a tranci come un tonno al mercato del pesce.
  14. Cavato l’occhio destro, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente chiarito nelle scritte).
  15. L’ultimo, e il migliore: un nutrito gruppo di martiri tutti insieme a mollo in un pentolone di pece bollente con la regolamentare faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.

29 ottobre 2012 

Non tutte le strade portano a Roma.

Un’antica strada romana è una fascia di grossi massi di pietra nera, i bàsoli, piantati uno accanto all’altro su un letto di sabbia. C’è un elemento che da vita a queste pietre morte. I solchi delle ruote che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice.

Bene, qualche giorno fa siamo andati a fare una passeggiata sull’Appia Antica. Sole a piombo, cicale, profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare la squadra: braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, tranne che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze a proposito dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano sì estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma a caso. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma il racconto dei solchi si era completamente perso; ci immaginiamo lo sconcerto del turista acculturato nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate però in mille direzioni.

“Allora non è vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.

30 luglio 2012

Spazi urbani.

Sorprende la ristrettezza degli spazi fra un monumento e l’altro dell’antica Roma. Al Teatro di Marcello c’è un esempio di altissima concentrazione architettonica ancora perfettamente leggibile: di fianco all’enorme teatro c’è l’angolo destro del Portico di Ottavia e due grandi templi contigui, quelli di Apollo e di Bellona separati da un vicolo minimo. Nel punto in cui i vertici di questi monumenti si incontrano ci sarà uno spazio di tre metri e mezzo al massimo. Chissà come mai si ignorava, pur avendola evidentemente teorizzata nella costruzione, la dimensione monumentale che si perde se manca la distanza giusta da cui guardarla.

Anche nel medio evo tutto nasceva in vicoli strettissimi, dove la maestà di una facciata si deformava all’occhio costretto a sbirciarla di traverso.

Per arrivare al rispetto dello spazio intorno ai monumenti si è dovuto aspettare la moderna architettura di prestigio. Di famiglia: il grande quadrato davanti a Palazzo Farnese. Della chiesa: l’abbraccio ecumenico del colonnato di San Pietro. Del regime: lo sterminato spazio intorno al Ministero degli Esteri.

30 luglio 2012

Colonne.

Centro storico di Roma. Appena usciti, eccola, la grande colonna di granito rosa che sostiene l’angolo di casa nostra, sprofondata nel terreno fin sotto la cantina del ristorante. La soglia del tabaccaio lì dietro è una colonna di cipollino tagliata nel senso della lunghezza e adagiata in terra (chissà dov’è finita l’altra metà), e finalmente eccoci nel Caffè della Pace con dritta al centro un’altra colonna di un marmo reso morbido da secoli di carezze.

Questo, in una normalissima passeggiata di pochi metri. Più almeno una decina di paracarri, in realtà colonne e colonnine riutilizzate dopo essere state sepolte per qualche secolo sotto la sabbia portata con le inondazioni. Perché è così che si sono nascosti, e in molti casi salvati, i magnifici materiali di Roma (un pezzo di cemento vecchio di vent’anni è da buttare; un marmo vecchio di venti secoli è solo impolverato. Uno spruzzo d’acqua e ritorna bello).

Quante decine di migliaia di colonne di ogni misura riempivano Roma? Il fatto che ne siano rimaste ancora così tante, dopo tanto tempo e tanti disastri, vuol dire che in origine doveva essercene una foresta.

C’è un edificio, ricostruito nell’ottocento dopo un incendio disastroso, che dà un’idea perfetta di come doveva essere un grande spazio pubblico al culmine dell’Impero Romano. E’ la basilica di San Paolo. Ha le stesse dimensioni che aveva la Basilica Ulpia nel foro di Traiano. Uno spazio immenso, lucido di marmi pregiati e con un tesoro di centonovantun colonne. Fa un effettone a noi del ventunesimo secolo; proviamo a immaginare che spettacolo doveva essere duemila anni fa per gli occhi di quei poveri selvaggi che venivano dalle capanne della Gallia o dalle grotte della Pannonia. E’ ovvio che in quello splendore identificassero la grandezza di Roma.

Nascosto in un angolo del parco di San Paolo, vicino al centro anziani, c’è un interessantissimo, trascurato reperto, probabilmente recuperato dal Tevere, a due passi. Si tratta di una grande colonna di granito semilavorata. In realtà un lungo pilastro grezzo, nel quale si intuisce la forma della colonna come sarebbe apparsa a fine lavorazione, che certamente viaggiava così incompiuto per rendere meno rischioso il trasporto. Solo in alcuni punti appare la circonferenza levigata del fusto. Evidentemente avevano cominciato a raffinarla, poi per chissà quale ragione è stata abbandonata.

Vale la pena di andare a cercarla fra le siepi perché crediamo che sia un esempio unico.

14 luglio 2011

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

 

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