picmonkey-collageDall’archivio, che probabilmente non avete mai letto, o non ve lo ricordate… 

ROMA II 

Foto vs occhio nudo

Malgrado il calendario, è un’altra giornata primaverile. Ne approfittiamo per visitare una zona archeologica appena recuperata e aperta al pubblico sull’Appia Antica: la tenuta di Santa Maria Nova.

Facile descriverla perché assomiglia a tante altre. C’è un bel prato, parecchi pini e cipressi, mozziconi di muri antichi, un casale medievale piantato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili. Nella quale, dopo averla scippata tramite eliminazione ai legittimi proprietari, i fratelli Quintili, l’imperatore Commodo andava spesso a fare delle scampagnate, e naturalmente aveva bisogno dei suoi pretoriani.

Non siamo qui per una banale descrizione ma per una sconcertante constatazione.

All’ingresso della tenuta, in cima ai resti di una grossa cisterna hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale panoramica di tutti i dintorni.

Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo, poi lo abbiamo abbassato, e qui abbiamo avuto la sorpresa, da cui il nostro titolo.

Sui quattro lati della terrazza, ci sono, bene incorniciati e fissati alla ringhiera, dei pannelli a colori che riproducono esattamente quello che si vede affacciandosi da quel lato. In altri posti naturalmente se ne trovano, corredati di indicazioni per riconoscere i monumenti. Qui, invece no; c’è la foto e basta. Ha tutta l’aria di essere un omaggio al potere che in questa nostra epoca dell’immagine ha acquistato l’immagine stessa.

Se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo e guardo un po’ più in là, ma dal vivo, vuol dire che quel panorama è legittimato, e sono autorizzato a ricordarmelo: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

Come turista sono a posto.

Come persona pensante, un po’ meno, ma che fare?

10 novembre 2014 

L’attimo fuggente.

Le previsioni per domani sono di gran vento, ma oggi continua il caldo. Passeggiata di fine stagione per rivedere quello che per noi è il restauro più geniale (e poetico) mai visto: le ultime due arcate del Colosseo.

Dopo secoli di abbandono, demolizioni e furti, si decide, a inizio ‘800, di costruire un enorme sperone di mattoni per impedire che l’anello esterno si sbricioli. L’anfiteatro è un’ellisse che si regge per spinte contrapposte: togli un arco e senza più il suo sostegno, parte l’effetto domino e crolla tutto.

Normalmente il restauro di un edificio tende a ritrovare un ipotetico ordine precedente, spesso arbitrario, oppure ripulisce le rovine lasciandole come sono state trovate.

In questo angolo del Colosseo, no.

Qui il restauro ha magicamente bloccato l’inizio del crollo, con le crepe che si allargano, gli archi che collassano, i cornicioni che si incrinano, pietrificando l’attimo fuggente. Il crollo dell’Impero Romano. Geniale. E poetico.

27 ottobre 2014 

Red carpet.

L’evento “Pinocolus mutationem habet”, è organizzato dall’Associazione culturale Pinocchio nella Sala dei Papi attigua al chiostro del convento di S. Maria sopra Minerva, per l’occasione pieno di grilli che si godono frinendo la temperatura ancora semiestiva. Segue una lettura di brani del libro di Collodi e una mostra di quadri su Pinocchio.

Vogliamo segnalare il punto d) dello statuto associativo che dice: “…ci proponiamo la diffusione e la promozione dell’eccellenza produttiva italiana attraverso la storia di Pinocchio”.

Ci sfugge qualcosa: forse si riferisce alla produzione, da noi fiorente, di gatti e di volpi?

Insomma, la sala bellissima, ma con una pessima acustica; il pubblico, una dozzina di persone compresi due frati dell’attiguo convento; i quadri, sul cui valore artistico sorvoleremo per carità cristiana, e quello che ci ha davvero colpiti: il red carpet, una sontuosa passatoia scarlatta che guida i visitatori dal portone sulla piazza fino al chiostro, con, a dare il benvenuto appena entrati, un magnifico buco piazzato esattamente al centro.

Una volta i conventi avevano delle volenterose zitelle che si preoccupavano del fabbisogno di abiti e arredi sacri. Magari un rammendino, una toppa…

20 ottobre 2014

Reliquie.

Siamo abituati al teschio di Santagnese, al cuore disseccato di Sancarlo, all’ampolla di sangue di Sangennaro. Ma il sontuoso reliquiario che recentemente ci siamo trovati di fronte nella chiesa della Maddalena li supera.

Si tratta di una teca a due livelli, sapientemente progettata, che ospita al piano di sopra, in penombra, la perfetta figura in cera, di sicuro somigliantissima, di San Camillo de’ Lellis. La testa appoggiata su due candidi cuscini, il corpo avvolto in un sontuoso mantello, i piedi calzati in scarpe lucide, dall’aspetto forse un po’ troppo moderno (sembrano proprio un paio di mocassini inglesi).

Fin qui, tutto bene. La sorpresa è al piano di sotto: brillantemente illuminato, ecco lo scheletro completo, ben composto e lucido, del suddetto San Camillo.

Qui, con tutto il rispetto dovuto al personaggio, ci sarebbe da chiedersi se la venerazione vada tributata alla forma umana artificialmente riprodotta di sopra, certo più tranquillizzante, oppure all’indiscutibilmente autentica intelaiatura del corpo mortale, che sta di sotto.

E come hanno fatto a procurarsi quello scheletro completo e in così buone condizioni?

Probabilmente, seguendo la ricetta in uso a quei tempi per ricavare preziosi, incorruttibili frammenti di santi o imperatori. Pare che non esitassero a buttarne il corpo (dopo morti, speriamo) in un pentolone e a farlo bollire finché tutta la carne si staccava lasciando l’osso spolpato, presentabile e venerabile.

Proprio come un pollo lesso.

6 ottobre 2014

La palude di Augusto.

Eccola, alle 16 di martedì scorso, il giorno bimillennario dell’imperatore, morto appunto il 19 agosto di duemila anni fa.

Potrebbe sembrare un acquitrino tropicale, abitato da coccodrilli e anaconda. Invece no. E’ lo scavo che circonda il Mausoleo di Augusto, allagato, secondo la versione ufficiale, dalla rottura di un tubo dell’Acea, proprio alla vigilia dei festeggiamenti.

Siamo nel centro del Centro Storico di Roma. A guardarla così sembra una situazione primordiale: un angolo di jungla dove non ha mai messo piede l’uomo bianco, e non il risultato di un guasto urbano e passeggero. Roba da National Geographic. Coccodrilli non ne abbiamo avvistati, ma siamo certi di aver sentito un coro di rane, e di sicuro c’era un sacco di bellissime libellule.

Roma, che lui, come ci teneva a dire, aveva trovata di mattoni e lasciata di marmo, aveva deciso di celebrarlo con l’apertura ai visitatori del suo mausoleo, da troppo tempo inaccessibile.

Ma, com’è come non è, nella notte si è rotto quel famoso tubo, e si è allagato tutto. Sghignazzare sul fatto che una città con millenni di storia e milioni di visitatori non è neanche capace di accorgersene e ripararlo, questo tubo (l’unico intervento possibile, dicono, è aspettare che il terreno riassorba l’acqua), soprattutto in occasione di una strombazzata ricorrenza, sarebbe troppo facile.

E allora non ci resta che inchinarci al meraviglioso andazzo alla romana, caratteristica, anch’essa bimillennaria, della capitale.

25 agosto 2014

C’era una volta…

Nel 1878 Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate e soprattutto ricchissimo, comprò otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l’idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impiantò un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruì una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invitò pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent’anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma già famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma, e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos’era un pennello e diventò presto un’audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato nella boheme, in uno studio di Villa Strohl-Fern.

Dove, in un altro studio, quello del pittore Trombadori, l’unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, la sera del 7 giugno gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice, l’Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa, di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent’anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che purtroppo (o per fortuna) non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole. Milioni ce n’erano.

16 giugno 2014

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

 

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