picmonkey-collageUno squallore infinito

Questa settimana abbiamo deciso di sguazzare un po’ (non fate l’onda!) nella palude dello spettacolo. E cominciamo dal fondo.

“Prodigi” sabato 19 prima serata RaiUno, a sostegno dell’Unicef che, crediamo, poteva trovare qualche sponsor migliore per tirar su i suoi dollari. Ci ha fatto la spia un amico musicista: “Accendi il televisore e assaggerai una delle peggiori zuppe della mensa Rai”. E noi, obbedienti.

Ecco il menu. Un minestrone scarso di buoni ingredienti: la Incontrada, paffuta e ridanciana come una brava mamma caciarona, che strepita (ci sono presentatori che sembrano ignorare l’invenzione del microfono) dall’inizio alla fine, con l’aggravante della continua richiesta, in ogni interstizio possibile, del “Grande applauso!”

C’è il cespuglioso Maestro Vessicchio che si scioglie in complimenti per i pupi, mimetizzato dietro il barbone, una volta color pece, ormai di un bel grigio da mezz’età.

C’è il giudice Gino Paoli, con la sua faccia eternamente scocciata. E’ possibile che a sembrare eternamente scocciata sia solo la faccia, mentre dentro di lui ride l’eterno fanciullo? Mah.

Ci sono i primissimi piani di mamme, padri, nonni e altri consanguinei dei mostricciattoli, spesso con lacrima a fior di ciglio.

E poi, ecco le piccole schiappe, altro che prodigi; scimmiette ammaestrate che presentandosi si definiscono chi birichino, chi addirittura solare. E meno male che nessuno ha osato dichiararsi bravo perché, veramente, oltre il livello da salotto di famiglia non si è mai andati.

Conclude lo show, un interminabile e casereccio sproloquio di Banfi, ormai nonno per decreto, coronato da una esecranda esecuzione di “New York New York” in versione barese.

Vero, patetico (per via dei bambini) avanspettacolo, ma fuori tempo di almeno mezzo secolo.

Il Maestro di leggerezza

“L’importante è avere un piano”, giovedì RaiUno ore 23.30, Stefano Bollani. Naturalmente, trattandosi di qualcosa di buono, siamo in tarda, anzi tardissima serata. Pur con un materiale migliore del precedente, neanche qui siamo senza pecche.

Bollani, che ha il pregio di suonare benissimo tutto come se non costasse nessuna fatica, è anche bravo e soprattutto breve nelle sue battute musicali. Le dice bene, con simpatico understatement non italiano, e non si cura di spiegare i riferimenti più specifici per facilitarne l’accesso al pubblico, il che di certo rovinerebbe il ritmo e la leggerezza della chiacchierata. Se uno capisce, bravo, ma guai a rallentare.

E infatti il pubblico poco capisce e poco ride, ma batte le mani quando è obbligato. Immaginiamo la solita scena da vecchia TV con il macchinista che alza il cartello “Applausi” nei momenti fissati; il che fa venire un brivido di sconcerto al solo pensarci.

A sbilanciare la sua leggerezza, pesano alcuni ospiti, non sappiamo se invitati da lui o dalla redazione, vera e propria zavorra. Che sia una scelta per mantenere più vicina alla terra l’aerea mongolfiera di Bollani? Non abbiamo visto tutte le puntate, perciò i riferimenti sono incompleti.

Ci siamo sentiti appesantiti, per esempio, giovedì scorso, da una massaia molto malvestita, una tal Carmen Consoli, che ha cantato in cattivo inglese, e con un’intonazione molto precaria “Raindrops”. Ci siamo annoiati allo sketch ripetitivo, striminzito e soprattutto vecchio di Lillo e Greg. E ci ha irritato una specie di Marcel Marceau de noantri tutto in bianco che ci ha scodellato una lunga, affannata, surreale tiritera sui numeri. Che sarebbe anche stata accettabile, se non che, proprio alla fine il protagonista si è tradito con, indovinate un po’? un vaffanculo!

Qui il pubblico, spinto dal riflesso pavloviano, ha ovviamente riso e noi abbiamo fatalmente riconosciuto, per la sua immancabile volgarità, il sedicente comico Antonio Rezza.

Poi, comunque e sempre, interviene il grande pianista e sistema tutto.

L’enfant prodige

E’ Francesco Cafiso, con Schiavone al piano, Ciancaglini al basso e Pache alla batteria, che domenica 27 ci ha rallegrati alla Sala Petrassi per l’ ultima serata dei Concerti nel Parco, con l’esecuzione filologicamente impeccabile e piena di gusto di un repertorio di bebop (standard e composizioni originali) specificamente riferito a Charlie Parker.

Suonare bene il bebop di Parker significa metterci dentro tutte le note che servono, e sono tantissime e veloci. Ma neanche una di più. E lui lo fa.

Cafiso, che enfant non lo è più, è rimasto decisamente prodige. E per lui non abbiamo che lodi.

Ci è piaciuta meno la contemporanea lettura drammatica di un testo di Cortazar su Parker per la voce di Vinicio Marchioni, il quale, dal leggio, ci ha tormentati con le troppe infelicità della vita del musicista (sapevamo già che non è stata tutta rose e fiori), occupando troppo spazio nello spettacolo e privandoci di troppi minuti di buon bop che il quartetto ha dovuto suonare sottovoce per non salire sulla voce all’attore.

Oh, Artemisia!

Palazzo Braschi, martedì 29. Affollatissima vernice della mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” (anche questo è showbiz). Tutti, più o meno, ne conosciamo la storia: brava pittrice in un’epoca in cui per quelle come lei lo spazio era poco; stuprata dal migliore collaboratore di suo padre e poi costretta a un matrimonio di ripiego con un signor nessuno; artista teatrale, donna impavida, femminista prima del tempo, ma…

Ma la vera fregatura, e si è costretti ad ammetterlo guardando bene i suoi quadri, peraltro apprezzabilissimi, è che solo pochi anni prima di lei c’era stato Caravaggio.

E uno come Caravaggio fa terra bruciata tutto intorno a sé, non solo mentre vive, ma anche per tanti anni dopo che è morto.

Per chiunque non sia un Caravaggio ma solo un caravaggesco è una condanna all’ultima fila.

(Immagini fornite dal Cavalier Serpente)

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stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

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